Free to be, Free to play
Coordinatore:
Associazione Sportiva Dilettantistica Disabili Crazy Ghosts
Partners:
WYŻSZA SZKOŁA BIZNESU I NAUK O ZDROWIU (Polonia)
Aktif Gençlik ve Spor Kulübü Dern (Turchia)
Associazione Sportiva Dilettantistica Dojo Karate Pyros (Italia)
Associazione Sportiva Dilettantistica Margherita Sport e Vita Basket (Italia)
Obiettivi
Circa il 15% dei cittadini degli Stati membri è, secondo i dati rilasciati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, affetto da qualche tipo di disabilità (quelle di tipo fisico riguardano circa il 40% del numero totale), e la percentuale deve essere ritenuta in crescita.
La strategia europea per persone con disabilità (2010-2020) intende migliorare l’inclusione sociale, il benessere e il pieno esercizio dei diritti delle persone che presentano disabilità fisica o mentale.
Inoltre, sin dagli anni Sessanta, il Consiglio d’Europa ha sviluppato raccomandazioni e risoluzioni volte a garantire la piena partecipazione di persone disabili alla vita sociale e sportiva , al fine di consentire loro di trarre gli stessi vantaggi dei normodotati dalla pratica sportiva, che investono non solo il settore terapeutico ma anche gli aspetti sociali ed educativi.
A livello europeo, molte sono le organizzazioni transnazionali che si occupano di sport e disabilità, e molti sono stati gli interventi che hanno consentito una migliore fruizione delle attività sportive da parte di persone disabili, ma c’è un aspetto, sempre sottovalutato, che è stato portato alla luce nel corso di diversi incontri informali tra operatori del settore sportivo di base: la prima causa di abbandono o di non avvicinamento alla pratica sportiva da parte dei disabili è individuabile nelle loro famiglie. Come rileva uno dei pochi studi effettuati sul tema , infatti, la famiglia costituisce il fondamento per ciascun individuo e risponde ai bisogni di relazionalità e di identità per ogni persona. Ma quando in una famiglia è presente la disabilità le dinamiche cambiano ed i genitori vivono profondamente preoccupati dal “dopo di noi” , da ciò che può accadere ai propri figli in un futuro in cui dovranno necessariamente essere autonomi. Sono prima di tutto i genitori che autorizzano o meno il minore a diventare autonomo, nella misura in cui si sforzano di pensarlo come futuro adulto, e la possibilità di diventare protagonisti, in corrispondenza alla severità del deficit, dipende “fortemente dalla maturità genitoriale e dalla tenuta della capacità progettuale del nucleo familiare” .
Si profila così la necessità di “creare” un “genitore competente”, definito da Iavarone “quell’adulto responsabile, capace di accompagnare, sollecitare, promuovere la crescita del proprio figlio, o minore a lui affidato, in un clima di benessere e di relazione adeguato” . Un “genitore competente” ha però bisogno di una rete formativa di sostegni che lo educhi ad avvalersi di contenuti, strategie, anche non formali e informali, per offrire occasioni di crescita e di benessere multifattoriale al proprio figlio, e tra i contenuti che il genitore può scegliere c’è lo sport che, nel momento in cui è diretto non al successo o alla performance, ma al benessere fisico e sociale, rappresenta un importante fattore di crescita per il minore . Nello sport, infatti, sono presenti molteplici fattori che ne definiscono il profilo educativo: “il rapporto continuativo con un adulto di riferimento (l’allenatore), l’ordine e la disciplina (regole e comportamento), l’insegnamento/apprendimento che hanno per oggetto un particolare sport; la verifica/selezione; la vittoria e sconfitta come dispositivo di consapevolezza di sé (individuale e gruppale), la tensione miglioristica; il sacrificio” , e lo sport rappresenta anche un dispositivo di crescita in grado di affondare le radici nei mondi di vita delle persone, di mobilitare le loro emozioni, di mettere in moto i loro universi affettivi.
Lo sport può orientare, aiutare a costruire per e con il figlio , le basi di un ampio e dinamico progetto di vita, sperimentando sul campo abilità, competenze, relazioni, che divengono gli elementi su cui costruire modelli di partecipazione, crescita e inclusione sociale.
A fronte di tutto ciò, il ruolo genitoriale, nello sviluppo degli atleti nello sport per disabili, è fondamentale, soprattutto perché il rapporto di dipendenza che si instaura può continuare anche dopo l’infanzia e l’adolescenza, mentre nel caso di individui non disabili la prestazione dei genitori generalmente diminuisce. Pertanto, la capacità del bambino non solo di intraprendere uno sport, ma di continuare a partecipare e progredire dipende in larga misura dalla capacità, dalla volontà e dall’impegno dei genitori di fornire il supporto necessario.
I genitori di bambini disabili possono anche svolgere un ruolo preventivo nello sviluppo sportivo del loro figlio, in quanto molti di essi considerano la partecipazione allo sport e all’attività fisica come un aumento del rischio di lesioni, finendo così per scoraggiare o impedire al bambino di partecipare allo sport. Ciò è dimostrato in uno studio di Boufous, Finch e Bauman, in cui si dimostra la correlazione tra la presenza di una disabilità e la decisione dei genitori di impedire al figlio di partecipare ad attività sportive. Inoltre, anche i genitori inizialmente propensi a far praticare sport ai propri figli possono in seguito scoraggiarli dal proseguire a causa delle crescenti necessità in termini di tempo ed impegno.
Eppure, i genitori potrebbero svolgere un ruolo di facilitatore nello sviluppo sportivo del loro bambino disabile, in quanto i benefici dello sport e dell’attività fisica possono consentire alla pesona disabile di superare i propri limiti, soprattutto in termini di autostima e competenze, fino a raggiungere un adeguato livello di autonomia: partecipare e gareggiare nello sport può fornire ad un bambino disabile una serie di esperienze positive, aprendo un ampio ventaglio di opportunità ed esperienze sociali che, altrimenti, non si sarebbero presentate (in questo senso, sono esemplificative esperienze come intessere relazioni di amicizia giocando e viaggiando per tornei e campi di addestramento). In realtà, questi benefici sono estremamente importanti soprattutto nel caso di bambini che hanno subito isolamento o bullismo a causa della loro disabilità, perdendo così esperienze e interazioni sociali “normali”. Inoltre, lo sport può fornire alle persone disabili uno scopo o un percorso nella vita, configurandosi come un potente strumento per facilitare lo sviluppo personale.
Il progetto intende agire su nuclei familiari in cui sia presente un figlio disabile che non patica o non ha mai pratiacto attività sportiva (a titolo di esempio, Italia il numero di disabili è di 4 milioni e 360 mila persone, e di essi l’84,8% dichiara di non praticare attività sportiva), per contrastare il fenomeno che interessa genitori iperprotettivi che chiudono il figlio in un mondo privato, dove la paura che qualcuno diverso da loro non sia in grado di gestirlo è più forte del desiderio di prepararlo alla sua vita futura, impedendogli di confrontarsi da pari con i propri coetanei e con la società nella quale dovrebbe vivere.
La prima azione è costituita da una serie di interventi, svolti nelle associazioni territoriali e negli Enti, mirati a sensibilizzare i genitori circa l’opportunità di far praticare ai propri figli disabili una attività sportiva. A quanti vorranno aderire, sarà proposto un breve corso di sostegno alla genitorialità, per aiutarli a gestire l’idea dell’allontanamento del proprio figlio, anche solo per un periodo limitato di tempo, per consentirgli di comprendere le opportunità che i bambini potrebbero cogliere dallo sport e per aiutarli a superare le eventuali resistenze iniziali. Tra i caratteri che maggiormente si riscontrano tra i genitori di bambini disabili, infatti, si evidenziano quelli derivanti dalla pesantezza del carico emotivo, i sentimenti di inadeguatezza e frustrazione dovuti a mancanza di servizi e risorse, e la destabilizzazione psicologica in seguito alla riorganizzazione del poprio modello di vita. Rispondendo efficacemente alle necessità formative dei genitori, sarà più probabile che essi consentano ai figli di praticare attività sportiva e saranno minori le possibilità di ripensamenti futuri.
La seconda azione sarà incentrata sull’attività sportiva inclusiva, e prevederà sia momenti in cui il bambino potrà praticare lo sport scelto con gli altri atleti, sia momenti in cui gli stessi genitori e i fratelli saranno invitati ad unirsi all’allenamento, al fine di contribuire a creare rapporti di fiducia reciproca tra la famiglia e l’ambiente sportivo.
A margine di queste due attività principali, saranno organizzati incontri di allenamento con paratleti di rilevanza nazionale, i quali potranno essere di esempio per i bambini, e di incentivo per i genitori, mostrando le infinite possibilità che le diverse abilità possono avere.
Si intende anche agire nelle scuole del territorio, al fine di diffondere una cultura dell’inclusività, rendendo i compagni di scuola il primo supporto esterno al percorso del bambino disabile.
Infine, con la collaborazione di organizzazioni specializzate (ad esempio, Special Olympics), saranno organizzate manifestazioni promozionali e divulgative al fine di incidere in maniera efficace e duratura sulla percezione sociale della disabilità.
Anche se l’obiettivo primario del progetto è raggiungere le famiglie con figli piccoli, le azioni sono comunque aperte anche a persone più grandi. Nel caso in cui si raggiungesse un congruo numero di partecipanti di età superiore ai diciotto anni, sarebbero organizzati corsi di formazione da affiancare all’attività sportiva, sia nell’ambito del coaching che del management sportivo, al fine di rendere lo sport non solo un’attività ludico-ricreativa, ma una prospettiva che incoraggi ulteriormente le famiglie a credere nelle capacità di una persona dotata di abilità diverse.
Con questa azione si intende incidere su tutti i livelli sociali per diffondere i concetti di consapevolezza, coesione e superamento delle disuguaglianze e degli stereotipi. Attraverso le attività proposte, infatti, si intende conferire dignità alle peculiarità di ciascuno, rivalutando ed affermando l’importanza dell’unità nella diversità, anche quando si parla di disabilità.
Tutto il percorso sarà seguito e monitorato attraverso valutazioni fisiche, cognitive e sociali, al fine di quantificare e qualificare i risultati emersi.
Le attività sportive saranno affiancate da eventi volti a sensibilizzare rispetto al tema dell’importanza dello sport nella vita di ciascuno, ed in particolare delle persone più fragili, che maggiormente possono trarre beneficio da attività divertenti e coinvolgenti.
Aspetti innovativi
La proposta è innovativa perché interessa non il singolo, ma l’intero nucleo familiare. Sino ad ora, le azioni dirette ai genitori sono sempre state poste in essere in un’ottica di sostegno alla genitorialità fine a se stessa, mai come mezzo per favorire l’ingresso di ragazzi disabili nel mondo sportivo. Attraverso questa azione si vuole produrre un cambiamento che parta dalla base, cercando di elaborare una buona pratica che consentirà di aggiungere un dato importante alle statistiche esistenti: attraverso un’analisi del target, si potrà non solo definire quanti disabili non partecipano ad attività sportive, dato già esistente, ma anche quanti di essi non lo fanno per ragioni dovute al contesto familiare. In Italia e in Turchia le attività rivolte ai disabili si svolgono prevalentemente nelle scuole, lasciando alle famiglie, che sono i veri decisori, un ruolo marginale. Si intende, con questa azione, riuscire a comprendere a fondo delle dinamiche che fino ad ora sono state poco analizzate, e si vuole far emergere un dato statistico in grado di apportare dei correttivi circa i sistemi di assistenza alle persone disabili, garantendo un cambiamento che agisca sulla rivalutazione dell’autodeterminazione del disabile rispetto al contesto in cui vive e sull’incremento delle sue possibilità di vivere una vita socialmente e sportivamente attiva, attraverso una migliore e maggiore informazione circa i benefici che attività sociali e motorie sono in grado di apportare all’intero sistema sociale in cui il soggetto è immerso.
Unendo diverse metodologie, si può cambiare uno stato di fatto, agendo direttamente sul contesto familiare di persone con disabilità che, per volontà non propria, non hanno mai avuto, o non hanno più, accesso all’attività sportiva, riuscendo ad attrarre e consolidare nel contesto sportivo una quota di popolazione che ne era esclusa, e questo rappresenta un approccio unico nel suo genere, perché rivolto ad abbattere le resistenze psicologiche delle famiglie che rifiutano di ammettere la possibilità che la disabilità non costituisce un impedimento ad una vita normale e attiva.
La proposta, attraverso le sue componenti, può influire positivamente sulla percezione della disabilità da parte della comunità perché sposta l’accento dal ruolo delle famiglie di persone disabili intese come erogatrici di cure nei confronti del soggetto disabile al loro ruolo di promotrici di un benessere psico-fisico olistico e che coinvolge il nucleo familiare nella sua globalità.
La particolare attenzione dedicata alla famiglia deriva dalla semplice constatazione che, senza l’appoggio morale e fisico dei genitori, difficilmente un bambino disabile sarà in grado di praticare sport, con tutte le conseguenze negative che una vita isolata e sedentaria comportano.
Valori aggiunti
Coinvolgere persone che vivono in luoghi diversi, ma unite dalle stesse problematiche, può avere un effetto benefico sotto il profilo psicologico e sociale. I partecipanti potranno sentirsi parte di un progetto che li vede protagonisti, abbattendo le barriere e beneficiando di un interscambio tra culture diverse. Potranno avvertire praticamente, attraverso il confronto con i partecipanti di altri Paesi, che le realtà diverse sono tante e variamente vissute, e potranno condividere esperienze ed emozioni che diverranno parte del loro bagaglio di crescita.
Sotto il profilo dell’analisi, sarà possibile acquisire ulteriori dati circa gli atteggiamenti delle famiglie di persone con disabilità, aiutando a migliorare le strategie di comunicazione verso situazioni spesso chiuse, in cui non sono ammesse intromissioni, ma che necessiterebbero di sostegno e collaborazione. Il mondo sportivo è sempre pronto a rispondere alle richieste delle persone più fragili, per cui diventa importante riuscire a trovare la chiave giusta per coinvolgere nuclei familiari che hanno mascherato la propria fragilità con una corazza di forza apparente.
Sotto il profilo delle organizzazioni partecipanti, ciascuna di esse potrebbe apportare il proprio contributo in termini di esperienza e potrebbe aiutare le altre a sviluppare le proprie linee d’azione e le proprie politiche. Il confronto tra punti di vista e posizioni diverse, esperienze e background dotati di peculiari caratteristiche culturali, consentiebbe di prefigurare linee di indirizzo più efficaci rispetto alla semplice applicazione di metodiche già sperimentate a livello nazionale (se ne esistono) o, come spesso accade, locale. Infine, le azioni di sensibilizzazione possono essere svolte in maniera sincronica e collegata nei diversi Paesi, consentendo di rinforzare la valenza sociale delle iniziative, soprattutto nella definizione di nuove politiche in ambito sociale.
I valori che si intendono rihiamare in questa azione sono diversi, e tutti fondamentali per il pieno sviluppo della persona e per il miglioramento della qualità della vita: la riacquisizione della dignità umana, che deve essere rispettata e tutelata e costituisce la base stessa dei diritti fondamentali; la libertà di autodeterminarsi nelle scelte di vita; la possibilità di esercitare il proprio diritto alla salute migliorando il proprio benessere psico-fisico, senza alcuna limitazione esterna; l’uguaglianza, fondamentale per lo sviluppo di una vita piena, attiva e soddisfacente, in cui la persona disabile può esprimere la propria diversità e le proprie potenzialità nell’ambito di una società caratterizzata dall’inclusione. Inoltre, attraverso la partecipazione dei beneficiari a corsi di formazione che consentono di acquisire delle qualifiche in ambito sportivo, si va ad incidere sulla possibilità di costruire una vita autonoma, sia dal punto di vista personale che econonomico.
Struttura del progetto
Nei primi mesi di progetto, dopo una fase di coordinamento e di definizione di strategie comuni, si contatteranno gli Enti locali e gli uffici dei servizi sociali, oltre alle associazioni che si occupano di diritti di persone disabili, al fine di entrare in contatto con le famiglie di persone affette da disabilità che non hanno mai praticato, o non praticano più, attività sportiva. Saranno organizzati incontri mirati ad informare sui benefici della pratica sportiva, in maniera specifica in situazioni di disabilità, e a raccogliere le adesioni al progetto.
Terminata questa fase, sarà strutturato un breve corso di sostegno alla genitorialità, propedeutico all’inizio dell’attività sportiva, al fine di aiutare e sostenere le famiglie in un momento particolare, che si concretizza con l’allontanamento del proprio figlio, anche solo per un periodo limitato di tempo, con l’obiettivo di ridurre gli stati di stress ed ansia, di favorire la condivisione dell’esperienza con altre famiglie e con gli stessi figli, e di facilitare l’accettazione dell’idea che il figlio può costuirsi un proprio spazio di vita, non necessariamente simbiotico con quello dei genitori, preparandoli così a percepire il proprio figlio come un futuro adulto.
Finita la fase preparatoria, comincerà la fase operativa, della durata di un anno sportivo, in cui le persone con disabilità saranno coinvolte in attività sportive inclusive, seguendo normali calendari di allenamento, in cui saranno però inserite delle giornate aperte alle famiglie, in cui i genitori potranno vivere l’emozione di allenarsi con i propri figli, sperimentando le loro stesse esperienze e rafforzando in maniera positiva i legami affettivi interfamiliari e con il gruppo di allenamento.
Nel corso della fase operativa saranno organizzati incontri di allenamento con paratleti di rilevanza nazionale, i quali potranno essere di esempio e di incentivo sia per gli atleti disabili che per le loro famiglie.
Durante tutta l’azione saranno organizzati incontri nelle scuole del territorio e nei centri di aggregazione giovanile al fine di diffondere una cultura dell’inclusività.
Infine, con la collaborazione di organizzazioni specializzate e degli enti politici territoriali, saranno organizzate manifestazioni promozionali e divulgative di ampio respiro, con l’obiettivo di incidere in maniera efficace e duratura sulla percezione sociale della disabilità.
Nel caso in cui vi sia partecipazione da parte di disabili maggiorenni, nel corso della fase operativa sarà approntato un piano formativo da affiancare all’attività sportiva, al fine di conferire anche competenze e conoscenze spendibili nel mondo del lavoro, contribuendo così in maniera fattiva allo sviluppo delle autonomie soggettive.
Al termine della fase operativa, coincidente con la fine dell’anno sportivo, saranno raccolte le esperienze e le considerazioni delle famiglie coinvolte, con l’obiettivo di comprendere se vi siano stati cambiamenti nella percezione della pratica sportiva e, nel caso in cui ciò sia avvenuto, cosa li abbia determinati.
Gli ultimi mesi di progetto saranno dedicati alla disseminazione dei risultati attraverso eventi di tipo seminariale. Ad essi saranno affiancati convegni e tavole rotonde utili a costruire un dibattito sulla necessità di un maggior sostegno alle famiglie di persone disabili, soprattutto attraverso lo sviluppo di indirizzi generalmente trascurati ma che potrebbero avere un forte impatto su di esse.
Riguardo alla ripartizione del lavoro, nella prima fase del progetto il partner polacco si incaricherà di effettuare gli studi necessari per l’elaborazione dei contenuti del corso diretto alle famiglie, al fine di strutturare l’azione sulla base delle effettive necessità evidenziate nel Paese in cui sarà proposto (Italia). Inoltre si occuperà dell’analisi dei dati che emergeranno dall’intero progetto e curerà l’individuazione di eventuali nuove politiche da poter suggerire.
I partner italiani (Associazione Sportiva Dilettantistica Disabili Crazy Ghosts,Associazione Sportiva Dilettantistica Dojo Karate Pyros, Associazione Sportiva Dilettantistica Margherita Sport e Vita Basket) si occuperanno delle diverse fasi che costituiscono il progetto, lavorando in maniera sinergica. Tutti i partner, ciascuno nella propria area territoriale (che comprende tre regioni italiane: Campania, Basilicata e Puglia), si occuperanno di organizzare le manifestazioni preparatorie finalizzate a sensibilizzare il territorio, acquisiranno le adesioni delle famiglie che vorranno partecipare, organizzeranno il corso e daranno il via alle attività sportive inclusive con il coinvolgimento delle stesse famiglie. Al termine del progetto si occuperanno anche di organizzare convegni e seminari destinati a diffondere i risultati del progetto stesso.
Aktif Gençlik ve Spor Kulübü Derneği, il partner turco, dopo aver acquisito i risultati della prima parte della sperimentazione in Italia, si occuperà di coinvolgere e coordinare organizzazioni sportive del proprio territorio di competenza con l’obiettivo di replicare l’esperienza italiana, tenendo conto delle differenze culturali, al fine di porre le due esperienze a confronto.
